2009-01-16 MILANO [Foto: membri della chiesa battista di Gaza]
di Paolo Rodari
(Segnalatoci da www.cattolici-liberali.com )
Parlano un rappresentante della comunità ebraica italiana, un filosofo statunitense e un esperto di politica internazionale
Metti assieme un rappresentante della comunità ebraica italiana, un filosofo statunitense e un esperto di politica internazionale e ti accorgi che, sulla guerra che in questi giorni imperversa a Gaza e, in particolare, sulla giudizio in merito alla politica vaticana rispetto al conflitto, i tre non la pensano troppo diversamente. Alcune sottigliezze li dividono, ma il nucleo dei rispettivi pensieri ha molto in comune. Claudio Morpurgo, ex presidente dell'Unione Comunità Ebraiche Italiane, ha un giudizio chiaro: «Il conflitto di Gaza - dice - è un avamposto di una situazione esplosiva che interessa tutto il mondo. La battaglia che credo debba accomunare ebrei e cristiani è in difesa di quei valori che sono la base della cultura occidentale e giudaico-cristiana. Se non si capisce questa cosa, non si capisce Gaza e non si trovano soluzioni adatte per risolvere la crisi del Medio Oriente e per fermare la minaccia fondamentalista che imperversa in tutto il mondo. Israele, in particolare, sta combattendo per tutti, per salvaguardare certi valori che Hamas invece minaccia». Robert Royal è un autore significativo nel panorama culturale nordamericano. È stato vicepresidente di uno dei maggiori think-tank di Washington, l'"Ethics and Public Policy Center" e da qualche anno ha fondato e presiede il think-tank "Faith & Reason Institute". Corresponding fellow del Centro Studi Tocqueville-Acton, ha appena pubblicato in Italia per Rubbettino "Il Dio che non ha fallito", con prefazione di Flavio Felice. A suo dire, «quando si parla di Gaza non si possono dimenticare i diversi ruoli ricoperti da Libano, Siria, Giordania, Iran, Egitto e perfino Iraq». Ma, soprattutto, «bisogna ricordare che esiste un estremismo internazionale che utilizza la situazione di Gaza per preparare la distruzione d'Israele. Più di 6 mila razzi sono caduti su Israele negli ultimi tre anni. Se Hamas avesse bloccato tali attacchi, ci sarebbe stata una pace imperfetta, ma anche uno spazio per nuove correnti. Non credo si possano mettere sullo stesso piano coloro che vogliono distruggere Israele e un esercito che cerca di proteggere la popolazione che vive in Israele. Se il cardinale Renato Raffaele Martino - sue le parole che hanno descritto Gaza come un campo di concentramento, ndr - avesse aggiunto questa distinzione, allora avrebbe avuto ragione». Per Royal molto potrà fare un'eventuale visita del Papa in Terra Santa: «La sua visita - dice - non sarà senz'altro un nuovo "Camp David Accords". Ma se avrà l'effetto che ha avuto la sua permanenza in America la scorsa primavera, allora potrebbe suscitare una speranza nuova e smuovere una situazione oggi paralizzata». Vittorio E. Parsi è professore di politica internazionale all'Università Cattolica di Milano. Egli ritiene che «le prese di posizione di questi giorni di Benedetto XVI, da un lato ribadiscano la tradizionale avversione della Santa Sede all'uso della forza in politica internazionale, dall'altro cerchino di esprimere tutta l'accorata preoccupazione per quanto sta accadendo senza per questo venir meno alla necessaria prudenza dei toni». «Si tratta - spiega - di una posizione di rimarcabile saggezza, tanto più apprezzabile in giorni come questi, dove le semplificazioni possono causare danni enormi». Ma, ricorda Parsi, «l'atteggiamento complessivo del mondo cattolico è diverso. A parte i ricorrenti personalismi di taluni, molte organizzazioni di ispirazione cattolica esprimono un apriori filo-palestinese, quando non anti-israeliano. Mi sembra che spesso prevalga una lettura superficiale, che tende ad accomunare la tragedia del popolo palestinese con quella di altri "ultimi della terra", di altri emarginati. Soprattutto si dimentica che le sofferenze e la miseria di questo popolo dipendono assai più dalla corruzione, dal tradimento e dall'incapacità delle leadership palestinese e araba che dall'esistenza di Israele». E ancora: «Negli anni la politica vaticana ha cercato di difendere la presenza delle minoranze cristiane in Medio Oriente anche attraverso l'appeasement verso regimi tirannici, coi risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Come nel caso dell'Iraq di Saddam, si è spesso confusa la protezione accordata ai cristiani dal regime per propri calcoli di opportunità con l'esercizio effettivo del diritto di libertà religiosa. Mi pare non si colga un dato fondamentale: che il prosieguo di una simile politica, comunque discutibile, è impossibile nel momento in cui all'interno del mondo arabo-isalmico diventano più forti o prevalgono formazioni politiche che fanno della religione il principale fattore di mobilitazione ideologica e politica. Per i loro leader, l'omogeneità religiosa è un valore e la differenza rappresenta una minaccia. È un'illusione pensare di applicare nei confronti di organizzazioni politiche una linea di condotta simile a quella impiegata nel dialogo interreligioso. Non dovrebbe esserci nessuna indulgenza per chi distorce a scopo politico qualunque messaggio religioso, tanto più se lo fa ricorrendo alla violenza». Spesso si pensa che la diffusione e il successo in molte delle società dove l'islam è la religione maggioritaria di movimenti estremisti che si richiamano al fondamentalismo islamista siano dovuti alla posizione occidentale di sostegno alla democrazia israeliana. «Questa - conclude Parsi - è un'idea naif».