"... il suo è un ritorno, non un avvicinamento alla fede partendo dal nulla"
Valerio Bernardi ha commentato l'articolo apparso su ICN-News
Gentile Michele Turrisi,
ho letto con interesse il suo saggio sulla religiosità di Gianni Vattimo e volevo rispondere alla Sua richiesta di parere da parte di un "teologo" protestante a proposito (non so se lo sia, ma ci tento).
Nell'ultimo periodo, nella mia attività divulgativa, ho dedicato spazio a Vattimo, sia scrivendo una recensione per la nostra rubrica Lunedì Letterario sull'ultimo libro da lui pubblicato Addio alla Verità (può ritrovarla su questo link http://www.icn-news.com/index.php?do=news&id=7062 ) ed ho anche dedicato a lui una intervista radiofonica presso CRC, un network radiofonico evangelico.
Il suo saggio mi sembra puntuale e preciso nella narrazione del "ritorno" alla fede di Gianni Vattimo.
Rispetto alla posizione del pensatore torinese mi sento di fare le seguenti osservazioni:
La sua "conversione" o ritorno a Dio in un periodo in cui sembra che l'ateismo stia tornando di moda (almeno apparentemente e soprattutto negli scaffali delle nostre librerie) mi sembra una vicenda interessante che mostra come la filosofia continui a chiedersi continuamente dell'esistenza di Dio e non ne può fare a meno nella sua richiesta di totalità, anche se "debole", soprattutto quando l'individuo si trova di fronte alle domande ultime.
La religiosità vattimiana è sicuramente, come Lei la definisce, postmoderna. La sua postmodernità sicuramente per un protestante evangelico, cresciuto in un credo religioso che ha contribuito a fondare la modernità, può apparire problematica, soprattutto per la sua sfuggente e scarsa definibilità ed il suo rapporto "ambiguo" con l'istituzione ecclesiastica. Per noi la Chiesa non è luogo di autorità, ma sicuramente rimane luogo di condivisione della Verità. Una definizione "debole" o "prospettica" di Verità per un credente può essere non del tutto condivisibile. In questo senso sarei d'accordo nel dire che la Verità esiste, solo che noi esseri umani non possiamo afferrarla da soli o con la nostra ragione, anche se possiamo avvicinarci
Il "credere di credere" di Vattimo, nonostante le sue simpatie per la Chiesa Valdese (dovute probabilmente alla maggiore libertà professabile in una chiesa evangelica, ma anche alle prospettive socio-politiche), professate in qualche intervista, rimane, come si evince dallo stesso suo articolo, molto legato alla Chiesa Cattolica. In fin dei conti, come affermato dallo stesso filosofo, il suo è un ritorno, non un avvicinamento alla fede partendo dal nulla. Il suo richiamo alla Caritas e l'assenza di un ruolo più attivo da parte del divino (quasi nessun accenno è fatto alla Grazia) rendono il suo pensiero religioso molto vicino a posizioni cattolico-radicale, piuttosto che protestanti-evangeliche.
In conclusione, personalmente penso che il caso di Vattimo sia molto importante per il vivere la fede ai nostri giorni e possa portare diversi intellettuali a ritornare a porsi domande ultime, senza per questo abbracciare una dogmatica chiara, anche se rimango perplesso da alcune sue osservazioni che rientrano nel tipico modo postmoderno di giudicare la religiosità ecclesiale che invece andrebbe rivalutata. Un discorso ancora più lungo andrebbe fatto sul rapporto che il filosofo torinese ha con la Bibbia, fondamentale per ogni credente protestante e che, benché appaia profondamente rispettata dallo studiso, non è opportunamente citata nella sua totale integrità.
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