Credere e comprendere

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di Daniele Garota

Si potrebbe anche dire che soltanto chi crede davvero vede e comprende, perché vede e comprende col cuore e dunque ben più di quel che naturalmente ci è dato di vedere e comprendere restando chiusi nel mondo del calcolo e della sola ragione – «Se non crederete, non comprenderete» (cfr. Is 7,9).

Non saprei dire esattamente come sia nata ad un certo punto in me la fede. Forse nessuno lo sa: accade un po’ come quando ci si innamora: nasce qualcosa di decisivo incontrando una dolcezza d’animo, una carezza, un incrociarsi di sguardi. Incontrando insomma una persona in carne e ossa che trasmette bontà, credibilità, tenerezza. Dio non è una persona in carne e ossa (anche se così col Cristo è avvenuto ed esattamente così un giorno ne faremo finalmente esperienza: a questo del resto, non ad altro, mira la fede) ma a Lui si arriva attraverso una testimonianza concretamente vissuta da qualcuno che ci precede, non attraverso idee trasmesse in astratto, quasi dovessimo prepararci per un esame. Nessuno comincia a credere andando a scuola o leggendo un libro, si va piuttosto a scuola e si legge un libro per conoscere meglio il Dio in cui già si crede avendolo in qualche modo incontrato attraverso la vita e le parole di un testimone, oppure facendo parte di una comunità credente che già vive in comunione la propria fede.

Io penso che a gettare in me il semino della fede sia stata mia madre, una donna semplice e buona che mi ha trasmesso con la massima naturalezza l’esistenza di Dio, Colui che ci ha dato la vita e in ogni istante ce la dona ascoltandoci e vedendoci più di quanto noi riusciamo a vedere e ascoltare noi stessi, penetrando con la sua infinita capacità di conoscere fin dentro le nostre viscere e il nostro cuore. Dunque un Dio al quale dobbiamo rendere conto di tutto, anche di ciò che pensiamo. La fede in certi momenti è una densità di pensiero e memoria che si fa concretissimo gesto, come quando assetati di verità ci si alza dal letto nel fondo della notte, si accende la luce e si va ad aprire la Bibbia perché non ci è chiaro un passaggio della Parola di Dio che in un momento di veglia e senza preavviso ci ha attraversato il cuore e la mente mettendoli in moto. Deve avere avuto un’esperienza simile chi si trovò ad un certo punto a scrivere: «Anche di notte il mio animo mi istruisce» (Sal 15,7).

Qualcosa di questo genere devo aver percepito con stupore all’inizio quand’ero bambino: conservo ancora in me, con gratitudine e gioia, la tenerezza con cui la mia mamma mi tirava su le coperte schiacciandomele leggermente attorno al collo affinché non sentissi freddo e sussurrandomi all’orecchio: arcord’te dla preghiera (in dialetto marchigiano, perché solo così si parlava in casa, eravamo poveri e lei aveva solo la quinta elementare). Per me bambino già sapere che Dio era buono come mia madre mi bastava a farmelo sentire vicino e amabile. Sì, da allora scoprirò di Dio tantissime altre cose, incontrerò testimoni di grande spessore intellettuale e umano, leggerò molti libri, passerò molto tempo a pensare, a scrivere, a parlare di Dio, ma — ne sono convinto — solo grazie a quella scintilla fatta scattare in me dal bene di quella donna ho iniziato a credere, a guardare le cose e il mondo dal punto di vista della fede. Giacché questo, non altro è la fede: un punto di vista da cui guardare le cose come le guarderebbe Dio. Sì, credere è un po’ mettersi nei panni di Dio, anche se sono panni che continuamente ci sfuggono trasportati dal vento dell’incredulità, che cerca di lasciarci ogni volta soli e nudi, come soli e nudi restarono i primogenitori quand’ebbero la pretesa di conoscere da sé il bene e il male anziché confidare nel Creatore che gli aveva parlato. Credere è, come diceva Léon Bloy, vedere nel profondo di noi stessi e con infinita nostalgia «immagini semicancellate dell’Eden perduto» (Nelle tenebre), è vedere e non vedere, assetati e affamati di Dio come di tutto ciò che ci renderebbe infinitamente felici se lo avessimo mentre non lo abbiamo. La fede è un dinamismo potente che ci rende affamati e assetati di quanto Dio ci ha promesso e noi non riusciamo a credervi stabilmente, perché ci sembra impossibile, troppo bello per essere vero, come lo sarebbe per me incontrare domani mattina nella bellezza paradisiaca il volto della mia cara mamma che il male e la morte hanno già da molti anni reso un cadavere inguardabile da seppellire in fretta.

Dirò con più chiarezza ciò che qui voglio dire, con parole di un pensatore credente come Romano Guardini: «Crede davvero solo colui che si colloca come persona vivente su quel punto fermo soprannaturale, dove sta Cristo. E vi si colloca sempre di nuovo, perché sempre di nuovo di lì tende a cadere. Il credente può veder chiare le infinite difficoltà che si oppongono alla fede. Può fare l’esperienza sempre nuova di come egli, naturalmente parlando, si trovi nell’incerto. Ma in tutta questa insicurezza egli possiede quella peculiare sicurezza, spesso tenue fin quasi a svanire, che discende da Dio e che dona forza d’andare avanti sul sentiero spesso tanto angusto. In tal caso v’è già almeno il principio della fede in colui che si sente, forse, interamente smarrito, ma lealmente, con volontà vigile e con cuore aperto, ancora cerca, aspetta». Guardare il mondo dal punto di vista della fede è in qualche modo entrarvi col pensiero e col cuore così come Gesù vi è entrato, vedere il mondo «come Gesù ha visto il mondo, come lo hanno visto Paolo e Giovanni». Fino forse ad amarlo come Dio lo ha amato, fino a dare «il Figlio unigenito … perché il mondo sia salvato per mezzo di lui» (Gv 3,16-17), e tuttavia cercando in tutti i modi di non finirne imbrigliato, perché pur essendo «nel mondo» il credente non è «del mondo», esattamente come non lo è il Figlio (Gv 17,11-16). Ecco perché solo prendendo le dovute distanze dal mondo potremo vederlo per quel che è, amarlo per quel che è il mondo, indicandogli il Creatore, la promessa di nuovi cieli e nuova terra. Solo la libertà e il distacco dal mondo permettono di vederlo nel suo insieme e, quel che più conta, di vederlo con gli occhi della fede, con gli occhi di Dio che del mondo è Creatore e Salvatore. Se la fede rende salda la vita del credente, è perché tramite essa trova un «punto d’appoggio ‘fuori’ del mondo», dice ancora Guardini, ma non fuori nel senso di fuga dalla realtà, anzi, al contrario, nel senso della capacità di vedere il mondo abbracciandolo, per così dire, «nella sua ‘rotondità’», in un rapporto «totalmente positivo, che gli dia compimento». Ecco perché «soltanto l’uomo che crede vede finalmente il mondo. Lo vede per quello che è. Lo vede intero e tutt’attorno». Al punto da poter persino dire che nel credente davvero «si rinnova, per quanto in misura esigua, l’atteggiamento del Cristo. Ogni vero e reale credente è un vivo giudizio del mondo» (La visione cattolica del mondo).

Ma se è così allora si potrebbe anche dire che soltanto chi crede davvero vede e comprende, perché vede e comprende col cuore e dunque ben più di quel che naturalmente ci è dato di vedere e comprendere restando chiusi nel mondo del calcolo e della sola ragione.

Il secondo capitolo dell’enciclica Lumen fidei di papa Francesco (nella quale è però presente in larga misura la forza teologica di papa Benedetto) ha per titolo un versetto del profeta Isaia, che secondo la versione greca della Bibbia ebraica dei Settanta dice così: «Se non crederete, non comprenderete» (cfr. 7,9). Nel testo ebraico, ripreso dalla recente traduzione italiana della Cei, andrebbe letto invece: «Se non crederete, non resterete saldi». La fede ha dunque, nel suo carattere più originale e profondo, questo doppio carattere di comprensione e di resistenza contro le avverse potenze dell’incredulità che in ogni istante soffiano nella sua fiammella lasciandoci nel buio più pesto. Credere è ogni volta ricominciare la dura battaglia contro le potenze dell’incredulità: ogni giorno è necessario svegliarsi ricominciando a credere, a fare domande restando saldi nelle proprie convinzioni di credente. E grazie a quel versetto di Isaia ci sembra persino più chiaro il significato nascosto in un altro versetto della Scrittura, quello in cui, nella Lettera agli Ebrei, è detto che: «La fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede» (11,1). È dunque la fede a dare solidità, convinzione e forza al nostro conoscere, non viceversa come solitamente si pensa. Certo, coloro che credono cercano Dio «tastando qua e là come ciechi» con la speranza di trovarlo «benché non sia lontano da ciascuno di noi» (At 17,27). E però il credente pur non vedendo ancora, pur avanzando come un cieco che tasta qua e là in cerca di riferimenti solidi secondo ragione e intelligenza, riesce in realtà a vedere più di tutti gli altri, perché sa di avere vicino Colui che gli ha acceso la speranza nel cuore, la fede che lo rende saldo e convinto. La fede è una potenza che permette quel “salto” (Kierkegaard), quella “scommessa” (Pascal) che appaiono paradossali e assurdi a chi confida soltanto sulle evidenze della natura e della ragione, perché chi crede ha intravisto qualcosa di più, un lume, una primizia che gli provoca una nostalgia di infinita pienezza, una pienezza che soltanto la bontà di Dio ha potuto promettere e soltanto la potenza di Dio potrà un giorno realizzare.

La fede è fatta così: se pensi di farti forte con essa, rischi subito di cadere nell’orgoglio di chi ha pretesa di fare molto da sé per bontà e merito, arrivando persino a giudicare dall’alto in basso chi non riesce a credere. Una trappola in cui in genere cadono sia quelli che credono di credere semplicemente compiendo buone opere, sia quelli che credono di credere per il solo fatto di sentirsi particolarmente intelligenti o santi addirittura. La fede, come Dio, diffida degli intelligenti così come di quelli che si credono santi: preferisce invece i bambini e i peccatori che non hanno paura di essere tali chiedendo aiuto dal bisogno e perdono dal loro peccato. Non è forse gente superba giunta ai vertici dell’istituzione religiosa ad avere inchiodato il Signore in croce quando si incarnò nell’umiltà di un falegname?

Ma vediamo perché soltanto chi crede davvero comprende e invece poco crede chi ha pretesa d’aver compreso già tutto secondo esperienza e ragione. Vediamo perché la fede non è tale se non è in tutto e per tutto domanda che si sporge sull’abisso e nel buio, domanda che ha il suo esempio più concreto e carnale nelle grida del giusto sofferente Giobbe e nell’altissimo grido di Gesù che muore in croce. Entrambi hanno infatti gridato grazie alla fede, e a entrambi è mancata la vera risposta. O meglio: Dio ha potuto rispondere alle grida di Giobbe soltanto incarnandosi fino a gridare in Gesù sulla croce prima di morire come il più disperato tra gli uomini, fino a condividere la solitudine più grande, l’infinita solitudine di chi non ha più nemmeno il Padre, che lo ha abbandonato senza nemmeno rispondergli perché lo ha fatto.

Un gorgo di solitudine, di dolore e di morte che tuttavia, proprio per il suo essere vissuta da Dio stesso e dal basso, può donare ancora speranza — rimanendo nella verità e nella fedeltà (‘emet, direbbe la lingua ebraica) — anche ai diecimila bambini che ogni giorno continuano a morire di fame, anche alla sterminata massa dei malati, poveri, derelitti e mendicanti costretti a leccare la polvere dei rifiuti dei pochissimi ricchi che continuano indifferenti e annoiati a gozzovigliare lamentosi, sprecando e sporcando tutto senza ritegno e dei quali, se non stiamo più che attenti, rischiamo in ogni momento, e senza nemmeno rendercene conto, di far parte.

Daniele Garota

Nato nel 1957, vive e lavora nei pressi di Urbino, dedicando la gran parte del suo tempo all’approfondimento dei temi ultimi e decisivi della fede cristiana. Ha partecipato alla singolare esperienza del Monastero di Montebello (Isola del Piano – PU), che ha raccolto attorno a sé, tra gli altri, figure come Gino Girolomoni, Sergio Quinzio, Guido Ceronetti e Piero Stefani. Tra le sue pubblicazioni: Una fede difficile e povera (Dehoniane 1993, con prefazione di S. Quinzio); L’onnipotenza povera di Dio (Paoline 2001, con prefazione di Paolo De Benedetti); Il coltello di Abramo. La fede tra domanda e paradosso (Paoline 2003, con presentazione di Armando Torno); Cosa crede chi crede? Alle radici della fede (Paoline 2008); Apocalisse (EMI 2009), Tra conoscenza e grido. Le dinamiche della fede (Paoline 2013); Povertà e gloria di Dio (Paoline 2016).

 

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