Una riflessione sul protestantesimo italiano oggi

È di grande attualità il dibattito aperto e lacerante sul tema della famiglia e delle unioni civili per omosessuali. Le chiese valdo metodiste hanno ammesso sia la pluralità dei modelli familiari, non più basati sulla tradizionale coppia maschio femmina, ma aperti anche ad affettività omosessuale, sia la possibilità di celebrare in chiesa benedizioni di coppie di omosessuali che decidono di convivere. A tal proposito, invece, la stragrande maggioranza del protestantesimo italiano ribadisce il modello tradizionale di coppia, ravvisandone le radici nella Scrittura, norma fondante del credo protestante, e ritiene inammissibili celebrazioni di unioni gay.

schermata-2016-09-25-alle-16-49-00di Giancarlo Rinaldi

In un momento come quello che stiamo vivendo, quando anche in Italia uomini, culture, religioni diverse si incontrano e si scontrano, quando si avverte il bisogno di meglio comprendere le identità per rendere chiari i termini del discorso, è forse opportuno affrontare una riflessione su quella che qui da noi è una minoranza, ma una minoranza attiva e significativa: i protestanti o, se preferite, i cristiani evangelici.

Non è il caso di ripercorrere la vicenda antica di questa componente, presente in Italia sin dall’epoca della Riforma; poi riemergente con rinnovato slancio missionario a far data dall’Unità d’Italia nel 1861, e poi ancora di nuovo in campo dalla fine della seconda guerra mondiale fino ai giorni nostri. Grosso modo, e tagliando le cose con l’accetta – come si usa dire – possiamo dividere l’articolata attuale galassia delle denominazioni protestanti in due principali tronconi: da un lato le chiese dette “storiche”, in prima fila quella Valdese, quella Metodista e altre accorpate in una Federazione delle Chiese Evangeliche Italiane; dall’altro lato una quantità di denominazioni, prevalentemente (ma non esclusivamente) d’ispirazione pentecostale. Possiamo rilevare che se il primo gruppo vanta una consolidata organizzazione e un rapporto organico con le istituzioni, il secondo stenta a darsi una voce unica proprio a causa della sua frammentarietà. Eppure, dal punto di vista delle cifre, le chiese “storiche” rappresentano orientativamente il dieci per cento dell’intero protestantesimo italiano laddove la stragrande maggiorana di quest’ultimo è costituito da chiese di tipo “evangelicale”. Il paradosso è costituito anche dal fatto che le “storiche” si avvalgono di canali di comunicazione (televisione, radio, stampa) ben più cospicui per cui l’opinione pubblica italiana è indotta a ritenere che la loro voce sia quella, ufficiale e unica, dell’evangelismo italiano. Ma le cose non stanno così!

È di grande attualità il dibattito aperto e lacerante sul tema della famiglia e delle unioni civili per omosessuali. Le chiese valdo metodiste hanno ammesso sia la pluralità dei modelli familiari, non più basati sulla tradizionale coppia maschio femmina, ma aperti anche ad affettività omosessuale, sia la possibilità di celebrare in chiesa benedizioni di coppie di omosessuali che decidono di convivere. A tal proposito, invece, la stragrande maggioranza del protestantesimo italiano ribadisce il modello tradizionale di coppia, ravvisandone le radici nella Scrittura, norma fondante del credo protestante, e ritiene inammissibili celebrazioni di unioni gay. Tale divergenza sembra potersi ricondurre anche a una diversa concezione della chiesa: quest’ultima, presso i valdo metodisti, sembra piuttosto comprendere, accettare, giustificare mutamenti in corso in una società che dalla dimensione secolarizzata passa agevolmente a quella scristianizzata; presso gli “evangelicali” la chiesa è persuasa di dover mantenere un suo ruolo “profetico”, cioè di annunzio di un messaggio connesso a un’identità forte che non teme d’apparire “politicamente scorretta”. Tutto ciò può meglio intendersi alla luce della storia del protestantesimo italiano “storico” degli ultimi decenni.

Sono anni che, a far data dalla metà degli anni ’60, hanno visto le chiese (valdesi, metodiste ma anche battiste aderenti alla Federazione) effettuare in modo sempre più convinto e  capillare un’opzione di tipo politico riconoscendo nei partiti della sinistra italiana (primo tra tutti quello comunista) i referenti unici presso i quali far drenare il consenso non solo, ovviamente, elettorale ma anche “ideologico”. Questa scelta politica è stata portata avanti con strategia accurata e abile da alcuni vertici fino a calarsi nelle comunità, relegando nel ruolo di minoranza sempre più esigua e silente ogni forma di pensiero diverso. Così questo tipo di protestantesimo, da minoranza esigua ma colta, identitaria e significativa, ha ritagliato per sé un ruolo ancillare a una parte politica che, come insegna la storia degli ultimi anni, è naufragata insieme alle altre nelle paludi di trasformismi, scandali, delusioni e corruzioni, fino a raggiungere i minimi storici della sua credibilità e affidabilità.

La politicizzazione delle comunità ha di conseguenza comportato la loro perdita d’identità e, in un crescendo difficilmente arrestabile, la rarefazione delle presenze ridotte sovente al lumicino. Un messaggio soltanto sociale, se non apertamente politico, non ha surrogato l’azione evangelizzatrice (incentrata sulle classiche esperienze del ravvedimento e della conversione) la quale avrebbe consolidato le chiese all’interno e contribuito al loro accrescimento. A poco valgono ora raffinate disquisizioni a sinodi e dibattiti, ripensamenti tardivi, rievocazioni e riletture della Bibbia in chiave antropologica o esasperatamente storico critica. Un protestantesimo minoritario che ricalca le sue posizioni su quelle di correnti di pensiero che niente hanno a che fare con il solco dell’insegnamento biblico o che ama fondersi e confondersi con una parte politica si autocondanna all’invisibilità o, nella migliore delle ipotesi, si ricava un ruolo di minuscolo orpello museale nella nostra Italia religiosa.

Quale prova, tra le tante, di questa parabola che ha interessato quella componente già gloriosa del protestantesimo italiano basterà citare il silenzio profondo e “assordante” che c’è stato a suo tempo nei confronti di un fenomeno come quello della persecuzione dei cristiani nei paesi retti da regimi comunisti. Eppure si viveva l’ “era dei martiri”, ben più cruenta di quella sofferta agli albori del cristianesimo! A prender la parola, negli ambienti nostrani, erano sovente uomini di Dio con la passione per la politica ma, molto più spesso, erano uomini di partito con l’hobby della chiesa. E la voce di questi ultimi riusciva spesso a essere più forte e più determinante.

Se passiamo a considerare l’altra sponda troviamo comunità con la porta ben aperta per acquisire nuovi membri convertiti, ma con le finestre così ben chiuse da rendere difficile uno sguardo sul mondo contemporaneo, i suoi mutamenti e le sue sfide. Questo atteggiamento di “chiusura” in sé e per sé negativo, s’è però ora rivelato opportuno se non provvidenziale poiché ha consentito la conservazione di un popolo con una chiara identità e con una propensione all’azione evangelistica, propellente indispensabile affinché la chiesa abbia un futuro.

Ora però c’è dato anche di accorgerci delle enormi responsabilità che stanno dischiudendosi per queste denominazioni evangeliche di stampo “conservatore”. Ma dobbiamo denunziare subito le due gravi carenze che queste presentano: la prima, e più grave, è costituita dalla difficoltà di darsi strumenti di comunicazione che presentino agli italiani con voce unica e, pertanto, più chiara e forte, una visione e un’identità cristiana evangelica; si tratta di contenuti e di valori che queste denominazioni di fatto già condividono ampiamente. Dunque si rende opportuno il compiere uno sforzo di umiltà, mettendo da parte personalismi e chiusure. Sedendosi intorno a un tavolo per esperire percorsi comuni di testimonianza e di formazione. Altra grande responsabilità: investire nella cultura e nella formazione. Può dirsi esemplare il caso dei pentecostali: laddove un tempo le comunità erano formate da gente di scarsa istruzione, anche se di fede solida, ora i nipoti di costoro hanno acquisito professionalità e competenze culturali avanzate che necessariamente e improrogabilmente devono sempre più comprendere anche il settore degli studi biblici e umanistici. A tal proposito l’interesse delle giovani generazioni pentecostali per la conservazione e l’analisi della loro storia costituisce un segnale estremamente interessante e promettente.

La società italiana ha bisogno della voce evangelica che possa completare il panorama della sua multiculturalità e possa orientarla! S’è ben capito che fondersi e confondersi con una parte politica, quale che sia, è esperienza fallimentare, oltre che al buon senso di chi conosce la Bibba e la storia del cristianesimo. Essere insensibili all’esigenza di dar voce all’evangelismo italiano e relegarci nei ristretti recinti denominazionali potrebbe essere fatale.
Giancarlo Rinaldi

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