Israele l’esiliato

Israele. Terra, ritorno, anarchiaD. Di Cesare, Israele. Terra, ritorno, anarchia, Bollati Boringhieri, Torino, 2014, pp. 105, € 12,50

Daniele Mangiola

Continua, sempre, Israele, ad essere al centro delle attenzioni del mondo. La questione palestinese divide e continua a dividere. Da un lato coloro che difendono Israele a oltranza, difendono il suo diritto alla terra e alla sovranità, che denunciano nella ribellione/resistenza dei palestinesi un disegno anti-Israele ben più vasto in cui i diritti dei civili sono soltanto un paravento ad arte usato per fini ben più bellicosi. Dall’altro lato coloro che considerano Israele alla stregua di un invasore, uno dei tanti potenti della terra che opprime, con il solo diritto acquisito della forza, una popolazione a cui ha strappato il diritto alla terra e alla sovranità, che denunciano dietro Israele il solito grande vecchio gioco degli interessi economici e politici di una ristretta classe di privilegiati.

Il nome “Israele”, è “attraversato da un’ambiguità semantica” (p. 9), dice Donatella Di Cesare in Israele. Terra, ritorno, anarchia, edito quest’anno da Bollati Boringhieri. Non semplicemente uno stato, un’entità politica, Israele è prima di tutto un uomo, Yakov, che ha sfidato Dio, e dopo lui tutti i suoi discendenti. La storia del Libro è la storia di Israele, il suo destino, inscindibilmente teologico e politico. È utile, per seguire l’intento della Di Cesare, indagare le tre parole del titolo: “terra”, “ritorno”, “anarchia”.

Terra: Popolo nomade, esiliato, scacciato, in fuga, nascosto tra gli altri, pellegrino e profugo, rifugiato e straniero, Israele ha conosciuto tutte le terre del mondo eppure Eretz sta al centro della sua storia, della sua essenza, della sua spiritualità. Su cosa si fonda la pretesa rivendicata sulla terra di Palestina, oggi? “Eretz Yisrael non è una terra ancestrale, non è rivendicata come terra-madre… in nessuna epoca della storia di Israele questa terra è stata semplicemente possesso del popolo” (p.48). Eppure in nessun tempo, in nessun luogo, Israele ha smesso di rivolgere il proprio pensiero alla terra promessa. Ma una terra promessa è una terra a cui si giunge da fuori, come uno straniero. Eretz è dunque meta da sempre attesa, luogo di approdo, ma proprio per questo “inappropriabile” (p. 42). Ma questo destino originario non è in fondo il destino di tutti i popoli? Quale gente o etnia non ha rubato, conquistato, occupato, ad un certo momento della propria storia, la terra che abita? “Perché ogni popolo è invasore di una terra che non gli appartiene e che può abitare solo se serba il ricordo della sua estraneità” (p. 42).

Da sempre Israele è l’esiliato, il senza terra e la vicenda dello Stato di Israele passa attraverso la vicenda del sionismo. Con lucidità i teorici del sionismo, tra cui Theodor Herzl compresero che l’affermazione dell’identità ebraica doveva passare dall’appropriazione della terra. Per ottenere il riconoscimento delle altre nazioni bisognava rinnegare la propria unicità diventando una nazione “normale”.

La Di Cesare ricorda l’evoluzione del sionismo e le sue diverse correnti, le voci critiche (Buber, Roth, Arendt) che dall’interno compresero il rischio della tentazione alla rinuncia della propria identità (p. 24). Il sionismo non doveva essere inteso come un nazionalismo. “Le patrie che gli stati-nazione hanno costruito per i popoli si sono rivelate trappole senza uscita” (p. 40). Essere senza patria, essere straniero, oggi, significa essere senza diritti.

In faccia al mondo, invece, diverso è il destino del popolo ebraico. Il Libro sempre gli ricorda la sua condizione di straniero e in nome di essa ribadisce ovunque e sempre il diritto dello straniero.

Politicamente parlando, oggi, la soluzione dei due stati, proposta da molti, Palestina e Israele, non risolverebbe la questione in quanto rimarrebbe all’interno della prospettiva del diritto di possesso, di appropriazione della terra, della differenza tra autoctono e straniero. Come è, dunque, come può realizzarsi un “abitare altrimenti”, “abitare nell’estraneità”(p.45), che non consideri la terra come possesso esclusivo e discriminante, non solo per Israele, ma in ogni angolo del mondo?

“Il compito del popolo ebraico è molto concreto: santificare la terra costruendo una società giusta” (p. 52)

Ritorno: Nei lunghi secoli di esilio mai Israele ha dimenticato la propria terra. “Il popolo nomade e disperso non ha mai smesso di aspirare al ritorno” (p. 17). Un ritorno che non può essere in alcun modo considerato un “rimpatrio”, in quanto si tratta della terra promessa, non luogo di origine, ma già di per sé luogo d’esilio, al quale Abramo si dirige dopo aver accettato il comando di abbandonare la terra natìa. La tentazione potrebbe dunque essere quella di dimenticare il proprio destino di errante ed “esibire una volontà di dominio e non una disposizione all’ospitalità” (p. 47).

Perciò il ritorno non può essere inteso come un ritorno alla propria origine, al passato, bensì come un riappropriarsi della promessa, che proprio perché promessa non può che essere volta al futuro. “È come se, nella storia dei popoli, che lungo i secoli sono andati spartendosi i territori, Israele abbia fatto ritorno per disturbare quella spartizione, per contestarla nel mezzo delle frontiere, proprio su quella terra. Segno profetico di un passaggio della Trascendenza fra i popoli” (p. 45). Dunque il ritorno è riparazione, e se il riferimento è la comunità antica non è però nel senso di una semplice restaurazione: “tornare vuol dire piuttosto andare oltre” (p. 67).

Perciò il ritorno non si conclude con l’insediamento nella terra promessa, ma il destino è quello di realizzare quell’abitare altrimenti, “che infranga il sistema degli stati-nazione e dischiuda, nel solco terrestre e celeste della giustizia, un nuovo ordine del mondo” (p. 52).

Anarchia: Per quella sua originaria ambiguità, Israele non è semplicemente una nazione, ma è anche la comunità dei discendenti di Yakov, dunque,“quanto più il popolo si riconoscerà in una alleanza, tanto più porterà Sion nel mondo, redimerà i popoli” (p. 77) e se gli stati-nazione si sono rivelati delle gabbie con le loro pretese di dominio sulla terra e sui popoli, può essere giunto il tempo di una nuova testimonianza di come essere comunità, disinnescando i tradizionali poteri dello Stato. Una comunità profetica, perché fondata sul Libro “intessuto di discorsi sovversivi, che ha sfidato apertamente sovrani e imperi” (p. 53).

Qui è Buber il principale riferimento della Di Cesare. Nessuna forma di governo, per quanto rivoluzionaria può portare alla redenzione, il tempo messianico non è alla fine del tempo, non è il risultato di un progresso, è invece una rottura, un’interruzione del tempo, l’irruzione del nuovo. Un’idea già contenuta nella tradizione ebraica, nella Torà e nei profeti (p. 65). Ed è evidente che il Regno del Messia non può essere un regno umano. La teocrazia si è fondata sull’indole anarchica di questo popolo nomade dalla “dura cervice”, incapace di sottomettersi e che si è piegata soltanto al suo Redentore, suo unico Melek, laddove gli altri popoli avevano un melek umano.

Il nuovo ordine del mondo passa attraverso un ritorno alla comunità intesa come lo spazio del noi, della condivisione, in opposizione al mondo contemporaneo, atomizzato, centrato sull’individuo.

Il terzo capitolo del libro è dedicato dalla Di Cesare ad una “escatologia della pace” (p.86), una riflessione su come ripensare il conflitto israelo-palestinese per non vederlo appunto più come un conflitto.

Il pensiero occidentale ha sempre visto la pace come la fine della guerra. Non è riuscita mai a liberarsi dal luogo comune della pace come negazione della guerra. Se la pace è il fine della guerra, se non è possibile raggiungerla se non attraverso il conflitto, allora la pace, in una visione progressista è il compimento della guerra. Come uscire da quest’ottica? Come andare “al di là dell’ontologia della guerra” (p. 98)?

Qui è Levinas, soprattutto, il punto di riferimento della Di Cesare. L’altro irrompe nella prospettiva dell’io e si impone con la sua differenza assoluta. La preoccupazione per l’altro e non la preoccupazione per me, è il gesto etico di evasione dalla totalità, l’al di là della guerra. L’irruzione dell’altro interrompe il tempo dell’io. In una prospettiva messianica la pace non è da intendersi alla fine del tempo della guerra, è una rottura del tempo, un’irruzione del “nuovo a-venire”, “l’irruzione, nella storia, della pace messianica” (p. 99).

La pace, shalom (p. 103), non può darsi senza la giustizia. Non è dunque l’opposto della guerra, e non può imporsi con l’uso della violenza e delle armi.

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