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Thursday, 02 September 2010 last update: 12:37
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RELIGIONE, EVANGELICI. LUNEDI' LETTERARIO: Gianni Vattimo, Credere di credere. E' possibile essere cristiani nonostante la Chiesa?
07:49:00

2009-12-22

 Un ulteriore contributo da parte della redazione di Lunedì letterario alla proposta di Turrisi 

di Giacomo Carlo di Gaetano, DiRS GBU

Gianni Vattimo, Credere di credere. È possibile essere cristiani nonostante la Chiesa?, Garzanti, Gli Elefanti, 2 ed. 1999, rist. 2007, pp. 107, € 8.

A leggere questo libro, la cui prima edizione è solo del 1996, sembra sia passato un secolo nell'ambito delle pubblicazioni che si confrontano con la religione cristiana. Infatti, ci separano da quel libro un'enciclica come la Fides et Ratio, particolarmente importante per i temi affrontati da Vattimo, la morte di un Papa (Giovanni Paolo II), il Codice da Vinci, e il focalizzarsi dell'attenzione sulla crescita dell'Islam, dopo il 21 settembre del 2001.
Eppure la riflessione autobiografica del filosofo torinese segna un po' l'inizio, o quanto meno rappresenta una tappa fondamentale in un percorso culturale che ha visto la crescita esponenziale dell'interesse per il cristianesimo in un confronto sempre più serrato tra teismo e ateismo.
Nel libro infatti il cristianesimo era affrontato sotto il segno di una categoria storico-culturale che deve molto agli studi sociologici, quella del ritorno. Il Cristianesimo agli inizi degli anni '90 stava tornando con forza come proposta esistenziale credibile. Il libro di Vattimo ha il merito sul piano personale di segnalare al grande pubblico un modo di interagire con il cristianesimo da parte di uno dei massimi filosofi italiani e dall'altro lato di scoprire come un tale filosofo tentasse di porre la figura del ritorno della religione, un ritorno che lo concerne personalmente, nell'ambito di una riflessione sulle vicende del pensiero filosofico metafisico e occidentale: Heideger docet.
Vattimo, sulla scorta della pulizia che il filosofo e antropologo francese René Girard fa di alcuni snodi della teologia cristiana, come per esempio la morte di Cristo in croce come sacrificio espiatorio, rilegge la panoramica (morte della metafisica) che Heidegger fa della vicenda del pensiero occidentale (aiutato in questo anche da Nietzsche), come una "trascrizione della dottrina cristiana dell'incarnazione del figlio di Dio" (p. 27). Questa trascrizione è in sostanza un processo di secolarizzazione, inteso nel senso positivo di azzeramento della sacralità violenta del Dio naturale a tutto vantaggio della kenosis divina: "perdita di autorità temporale da parte della chiesa, autonomizzazione della ragione umana dalla dipendenza verso un Dio assoluto, giudice minaccioso, così trascendente rispetto alle nostre idee del bene e del male da sembrare un sovrano capriccioso e bizzarro  sia [la secolarizzazione] per l'appunto un effetto positivo dell'insegnamento di Gesù e non un modo di allontanarsene" (p. 34). In questo modo dunque non c'è un prendere congedo dal cristianesimo ma un suo inveramento in questo indebolimento delle sue pretese di verità, tutte legate alla concezione metafisica e violenta del sacro.
Da un punto di vista biblico e teologico Vattimo fa leva su due o tre, pochi dunque, concetti presi in prestito e, ed è il caso di dirlo, estrapolati dal tessuto narrativo se non addirittura dal contesto della Bibbia: l'abbassamento di Cristo visto come traiettoria irreversibile (manca assolutamente il riferimento all'innalzamento del Figlio di Dio, alla sua ascensione e alla promessa del suo regno universale); il principio della carità cristiana che serve da argine e da garanzia affinché la secolarizzazione che investe dogmi e morale non sia estrema. Spesso Vattimo ripete le parole di Gesù: non siete più miei servi ma amici.
Mi pare che la tesi fondamentale del libro stia dunque nella stretta identificazione tra kenosis e vicenda del pensiero metafisico come riscritta soprattutto da Heidegger. Se questa è la tesi centrale, viene da chiedersi se l'associazione sia legittima. Se lo è, allora avrebbe ragione Vattimo: l'indebolimento della ragione e della metafisica coincidono e sono il volto storico e culturale del fenomeno religioso della kenosis, quella non di un individuo storico, ma di un Dio che però ha perso ormai tutti i caratteri del Dio biblico.
Se al contrario l'associazione tra il pensiero metafisico e il Dio della rivelazione cristiana è stata un'associazione nella quale il pensiero biblico ci ha rimesso, venendo meno la sua freschezza e la sua vita, allora non si capisce perché Vattimo insiste nel liquidare il secondo, procedendo contro il primo. Una volta riconosciuto l'indebolimento del pensiero metafisico, bisognerebbe chiedersi che cosa ne è, dove è finito il pensiero biblico ebraicocristiano. Qui si ha la sensazione che Vattimo operi con una sorta di autoritarismo nei confronti del messaggio biblico che non permette che quest'ultimo possa parlare per se, rivendicare la sua autonomia dalla tradizione metafisica. Il Dio della Bibbia non è il dio dei filosofi, ripeteva Pascal.
La lettura di questo libro però si rivela fondamentale per comprendere le strade che la riflessione filosofico-religiosa ha assunto in Italia fin da allora. Ci sono sicuramente delle previsioni abbastanza pertinenti; ma anche delle profezie che non si sono realizzate È sintomatico questo errore di prospettiva di Vattimo: "lasciate alle spalle le pretese di oggettività della metafisica, oggi nessuno dovrebbe poter dire che «Dio non esiste»; né d'altra parte, che la sua esistenza e la sua natura sono razionalmente stabilite una volta per tutte" (p. 66). È tuttavia risaputo che serpeggia nella cultura laica italiana, sulla base di un ateismo relativo che si appunta sulle pretese della Chiesa cattolica, un sentimento forte che pensa di poter riproporre una versione del cristianesimo che per fare il verso a Hegel è una sorta di notte nera dove tutte le vacche sono nere. È un ambizione dei laici italiani quella di trascrivere in modo nuovo, e più confacente ai propri bisogni la vicenda del cristianesimo, fin nella parte più centrale, l'incarnazione di Gesù Cristo. E questo libro rappresenta un po' il manifesto di tale ambizione. Ma, e questo è solo uno degli esempi, se si separa la natura di Cristo dalla sua opera e quest'ultima dalla rivelazione che Gesù Cristo stesso porta al mondo, allora ci si trova in incertezze su argomenti delicati come per esempio il peccato (pp. 90-97).
Si, crediamo che il titolo del libro sia confacente, ma non nella prospettiva indicata da Vattimo (la migliore formulazione dei miei rapporti con la religione, p. 69); al contrario, nella prospettiva di un credere "che" il quale pur prescindendo dalle pretese ecclesiastiche non può fare a meno della Scrittura al cui libero esame Vattimo si appella. Il libero esame per Lutero era finalizzato alla comprensione della Bibbia e non a una sua creativa trascrizione.

Giacomo Carlo Di Gaetano DiRS GBU
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