2007-11-06 Fiorenzuola d'Arda
Intervista a cura di Luca Rajna
Chi é Carlo Caruso?
Sono cresciuto nella cittadina di Milazzo, in Sicilia. I miei antenati hanno subito i battesimi forzati per opera della Santa Inquisizione. Mia nonna Mika Ragusa crebbe i suoi figli nella chiesa Cattolica Romana ma questo non evitò che gran parte della famiglia venisse sterminata durante la seconda guerra mondiale. Fu mia madre che per prima si avvicinò alla verità evangelica. Mio padre credette in seguito, dopo aver esaminato accuratamente le Scritture allo scopo di contrastare la scelta di mia madre. Avevo dieci anni quando la mia famiglia visse questa esperienza che portò ad un repentino cambio della mia educazione. Otto anni più tardi accettai anch'io il Signore e quattro anni dopo decisi di partire come missionario a bordo della famosa nave Doulos, di Operazione Mobilitazione: due anni trascorsi a predicare l'evangelo in Africa, Asia e Medio Oriente... ma un giorno arrivò chiara la chiamata del Signore per ristabilire l'ebraicità nella mia famiglia; mi rivolsi quindi ad un Ufficio Rabbinico, nel quale fui accolto e istruito come una perla preziosa ritrovata. A partire da quel periodo di studio tutto quello che sapevo su Yeshuà mi appariva molto più chiaro e concreto.
Caruso non è un cognome ebraico...
Il cognome originale è Calvo, di origine sefardita, modificato in Calvuso dalla Santa Inquisizione dopo la conversione forzata. Nel 1908 la mia famiglia paterna fu coinvolta nel terremoto di Messina e perse tutti i documenti. Vennero rifatti ma l'anagrafe riportò erroneamente il cognome in Caruso.
Hai vissuto da solo il ritorno alla tua identità ebraica?
Mia moglie Maria mi sosteneva, con le mie splendide figlie Noemi ed Esther. Anche mio padre e mia madre erano fieri della mia scelta. Nelle sinagoghe tutti mi accolsero bene e continuano ad essere molto cari con me. Con alcuni di loro oggi posso condividere la rivelazione del Messia e recentemente ho avuto anche il privilegio di vedere sorgere una nuova comunità composta da dodici ebrei messianici.
Di te si può dire che sei un rabbino, un pastore, un anziano...
Sono diplomato in una Yeshivah, la scuola rabbinica. Chi mi conosce sa che può chiamarmi come meglio convenga.
Dove eserciti il rabbinato?
In una comunità di Fiorenzuola d'Arda, in provincia di Piacenza. Da noi ogni sabato e domenica si riuniscono ebrei e gentili come un sol uomo per lodare D-o in spirito e verità. Il comune ci ha concesso dei locali dove incontrarci. Le autorità sanno che preghiamo per loro e questo nostro atteggiamento viene recepito con grande rispetto. Col tempo ho riconosciuto che essere a Fiorenzuola ha un significato profetico: sino agli anni trenta qui c'é stata la sede di una delle più rilevanti Yeshivoth italiane; la comunità ebraica locale era importantissima.
Hai incontrato delle difficoltà nel tuo ministero di restaurazione?
Muovendo i primi passi temevo un rifiuto da parte del rabbino capo: avrebbe potuto contestare il fatto che fossi stato battezzato dalla chiesa Cattolica Romana. Il giorno che mi presentai ai corsi della Yeshivah fui invece abbracciato calorosamente: il rabbino pianse e anche io mi commossi. Sai dove ho incontrato le vere difficoltà? Nella chiesa! Una volta informata la comunità dei miei studi rabbinici il pastore si dimostrò immediatamente riluttante nei miei confronti, arrivando persino ad accusarmi di voler fare proseliti nel giudaismo. Alla fine mi fu proibito di parlare con gli altri fratelli: "Il popolo di D-o adesso siamo noi, non gli ebrei" queste le testuali parole. Io cercai di dimostrare che nel mondo ci sono migliaia di ebrei che credono nel Messia ma il pastore non volle sentire ragioni, intimandomi definitivamente di non frequentare la comunità. Gloria a D-o, poichè mi ha ritenuto degno di persecuzione per una giusta testimonianza secondo Atti 5:41! I vangeli riportano in molti punti che Yeshuà e la sua famiglia erano giudei strettamente osservanti. La discussione di Yeshuà dodicenne al Tempio era condotta secondo la retorica farisaica: dava risposte facendo domande (Luca 2:46-47). Il Messia operava come un rabbino galileo khassid del suo tempo: pregava in modo carismatico. Difficilmente nella Bibbia esiste un miracolo che non possa essere ritrovato anche nella letteratura rabbinica dell'epoca. Yeshuà osservava la Legge e le feste, indossava le tzizitot, le frangie che cadono dai quattro angoli del vestito (Marco 6:46; 14:36) e nessun fariseo legalista gli ha mai rimproverato di non indossare i tefillim sul capo e sul braccio per la preghiera (D'varim, Deuteronomio 6:8), il che indica che osservava anche questa usanza.
Poter leggere la Bibbia con una mente ebraica, quella "di Cristo" (1 Cor 2:16), apre la meditazione della Parola a rivelazioni che non potrebbero essere colte diversamente. Questo é un atteggiamento spirituale quanto mai necessario oggi che si stanno avvicinando i tempi nei quali il Messia regnerà da ebreo circonciso tra il suo antico popolo. Su questi argomenti vorrei ora iniziare con te una "tipica discussione rabbinica a due". Leggiamo questi passi: Matteo 27:9-10 "Allora si adempì quel che fu detto dal profeta Geremia..." Marco 1:2-3 "Secondo quanto è scritto nel profeta Isaia..." Entrambi gli evangelisti sbagliano apparentemente l'attribuzione dei passi citati. E' così?
I tre vangeli sinottici sono stati originariamente scritti in ebraico da autori ebrei. La forma greca é inconsueta, riportati in ebraico mostrano una costruzione delle frasi perfetta. Di Matitiahu (Matteo) sappiamo che una copia dell'originale in ebraico era ancora reperibile nella biblioteca di Cesarea nel III secolo. Marco e Luca non sono nomi ebraici, ma questo indica che erano ebrei ellenisti, non dei gentili. Leggere i vangeli con una mente ebraica non pone nessun problema nell'attribuzione dei versetti che hai citato. Effettivamente della citazione fatta da Marco solo la parte finale é di Yeshaiahu (Isaia); la parte iniziale é di Malakyiah (Malachia). Non si tratta però di un errore: qui l'ebreo Marco non fa riferimento ad un singolo libro ma al Rotolo dei Profeti, che inizia con Yeshaiahu, ne prende il nome come era normale prassi dell'epoca e contiene tutti gli altri profeti. Rileggendo attentamente notiamo infatti che il versetto non é detto essere del profeta Isaia ma é detto essere nel profeta Isaia. Matitiahu 27:9, spesso mal tradotto con "fu detto dal profeta Geremia" riporta letteralmente nell'originale "per mezzo del profeta Geremia". Qui sono combinate insieme parole prese da Zecariah 11:12-13 con altre di Yeremiahu (Geremia). In questo caso l'attribuzione a Yeremiahu non é così immediata da capirsi come in Marco, perché Marco stesso avrebbe attribuito il rotolo a Yeshaiahu, non a Yeremiahu, per i motivi che ho appena spiegato. Le referenze talmudiche ci vengono in aiuto quando accennano al fatto che il Rotolo dei Profeti iniziava originariamente con Yeremiahu, il libro più lungo per conteggio di parole, non con Yeshaiahu. Anche Matitiahu cita le profezie indicando il nome del rotolo, chiamandolo però secondo l'usanza più antica "di Yeremiahu": "per mezzo del profeta Geremia" significa anche qui che le profezie sono proclamate per mezzo del Rotolo di Yeremiahu. Ebraismo, altro che errori!
Nel "Sermone del Monte" (Matitiahu, Matteo capp. 5-7) il Messia espone un discorso rabbinico utilizzando molti concetti che si possono ritrovare anche nel Talmud. In particolare, gli argomenti principali dei versi di Matitiahu 6:19-34 sono la provvidenza e la prosperità. All'interno del discorso sembrerebbero esserci però due versetti (6:22-23) che senza alcun legame con il contesto fanno riferimento all'occhio umano, che deve essere "sano" e non "viziato". In alcune traduzioni vengono addirittura riportati come paragrafo a parte, a causa dell'argomento diverso.
I due versetti sono questi, leggiamoli insieme dalla versione Luzzi, che è ormai arcaica ma rimane la più "tecnica": La lampada del corpo è l'occhio. Se dunque l'occhio tuo è sano, tutto il tuo corpo sarà illuminato; ma se l'occhio tuo è viziato, tutto il tuo corpo sarà nelle tenebre. Se dunque la luce che è in te è tenebre, queste tenebre quanto grandi saranno!
Avere l'occhio buono (non conoscendo l'espressione idiomatica ebraica, Luzzi traduce imprecisamente con "sano") significa dare con buon occhio, essere generoso, secondo le regole bibliche della prosperità. Ancora oggi, tra gli ebrei ortodossi, quando si incontra una madre con un neonato e ci si complimenta per il bambino, c'è l'usanza di terminare la frase con b'li ayn ra'a, che tradotto in italiano significa senza occhio cattivo, in senso di benedizione. Letti così i due versetti sono perfettamente inseriti nel resto del discorso: in queste parole del Messia non c'è alcun riferimento alla purezza dell'occhio umano.
L'argomento "Israele" nella Bibbia, come rilevanza dei versetti, é secondo solo ai passi che parlano di D-o stesso. Studiare "Israele", che di solito non compare neppure nei programmi dei corsi biblici, non é una "rhema" (parola di Dio rivelata) riservata a qualcuno in particolare, ma significa essere in obbedienza alla Parola. Molti si stupiscono quando gli si dice che dopo il ritorno del Messia sarà ancora in vigore almeno la festa ebraica di Sukot, ovvero delle Capanne (Zekhariah, Zaccaria 14:16-19).
Esatto. L'identità ebraica della chiesa non verrà meno neanche col regno messianico, anzi sarà rafforzata. Oggi purtroppo anche nella chiesa evangelica é molto diffuso l'uso di pensare alle ricorrenze secondo il calendario della chiesa Cattolica Romana, introdotto ai tempi di Costantino in segno di disprezzo verso la cultura ebraica. Il calendario religioso costantiniano altera volutamente il conteggio dei giorni dato nella Torah [formata dai primi cinque libri della Bibbia, che contengono la Legge; chiamati anche con il termine di origine greca "Pentateuco", ndr] in modo che le ricorrenze non cadano contem-poraneamente a quelle ebraiche.
Queste decisioni sono state prese conoscendo di non rispettare quanto scritto nella parola di D-o. Yeshuà stesso partecipava con grande piacere alle feste: in Yokhanan, Giovanni 10:22 lo troviamo a Yerushalayim addirittura per la Festa della Dedicazione (Khanukah), una ricorrenza non biblica istituita dalle autorità ebraiche in memoria della vittoria dei Maqabim sui Greci di Antioco Epifane (il racconto si trova nei libri deuterocanonici di 1 e 2 Maccabei).
Possiamo dire che la Legge e le feste non sono abolite?
Facciamolo dire alla Bibbia: Matitiahu (Matteo) 5:17-18 Non pensate ch'io sia venuto per abolire la legge od i profeti; io son venuto non per abolire ma per compire. Poiché io vi dico in verità che finché non siano passati il cielo e la terra, neppure un iota o un apice della legge passerà, che tutto non sia adempiuto. David Stern, il più importante teologo messianico dei nostri tempi, nella sua traduzione in inglese della Bibbia non rende Matitiahu 5:17 con compire ma con riempire, rendendo più correttamente il verbo greco (pleròsai): Yeshuà ha riempito la Legge. Il problema non è nello stabilire come la legge sia stata annullata - poiché per gli ebrei non lo è - ma nel superare il modo legalista in cui é stata via via fraintesa prima di essere ristabilita e purificata dalla venuta del Messia. Yeshuà ha riempito la Legge di grazia e salvezza, ma la fede in opposizione al legalismo é stato un requisito spirituale di sempre, non riguarda solo i tempi messianici, come insegna il rimprovero di Romani 11:20: sono stati troncati per la loro incredulità, e tu sussisti per la fede. Non é la Legge ad essere un male, ma il legalismo privo di fede. Dio non induce in tentazione dando una legge per fare cadere l'uomo, come si studia nei seminari cattolici romani, piuttosto il legalismo toglie la chiave della scienza, che D-o aveva già dato con la Tanakh, l'Antico Testamento: Guai a voi, dottori della legge, poiché avete tolta la chiave della scienza! (Luca 11:52). Leggiamo questi due versetti: Infatti, è della sua pienezza che noi tutti abbiamo ricevuto, e grazia sopra grazia. Poiché la legge è stata data per mezzo di Mosè; la grazia e la verità son venute per mezzo di Gesù Cristo (Giovanni 1:16-17). La realtà della Legge a cui la grazia si unisce senza sostituirla è evidente. La grazia per gli Ebrei consiste nel sapere vivere in spirito senza legalismo, ma le due realtà, Legge e Grazia, sono coesistenti, come spiegato in Luca 16:16-17, dove il secondo versetto non può contraddire il precedente: Luca 16:16 La legge ed i profeti hanno durato fino a Giovanni; da quel tempo è annunziata la buona novella del regno di Dio, ed ognuno v'entra a forza. Luca 16:17 Più facile è che passino cielo e terra, che un apice solo della legge cada. Se la legge e i profeti fossero in qualche modo "aboliti" dopo il ministero di Yokhanan HaMatbil (Giovanni il Battista) come potrebbe Yeshuà dire subito dopo che neanche un solo apice della Legge é caduto?
E' evidente. L'annuncio messianico della Buona Novella "riempie" la Legge e i profeti senza sostituirli: non un solo apice della Legge è caduto.
Non solo. La Bibbia insegna anche che una alleanza più recente non altera una alleanza precedente: Galati 3:15-17 Fratelli, io parlo secondo le usanze degli uomini: un patto che sia stato validamente concluso, sia pur soltanto un patto d'uomo, nessuno l'annulla o vi aggiunge alcun che. Or le promesse furon fatte ad Abramo e alla sua progenie. Non dice: «E alle progenie», come se si trattasse di molte; ma come parlando di una sola, dice: «E alla tua progenie», ch'è Cristo. Or io dico: Un patto già prima debitamente stabilito da Dio, la legge, che venne 430 anni dopo, non lo invalida in guisa da annullare la promessa. La venuta del Messia é prossima (1 Corinzi 7:29-31) ma non ha ancora avuto luogo (2 Tessalonicesi 2:1-2). Allo stesso modo il patto di Mosè é vicino a sparire (Ebrei 8:9-13) ma non lo é ancora. Forse, come si domanda anche Stern, l'alleanza mosaica verrà resa superflua dal ritorno del Messia, ma questo patto oggi é qui per essere osservato da noi ebrei: romperlo sarebbe ribellione a D-o (Yeremiahu, Geremia 31:31-32; Ebrei 8:10), così come è ribellione incoraggiare gli Ebrei a non osservarlo.
"Come ci dobbiamo porre allora quando leggiamo passi come questi? Ma se siete condotti dallo Spirito, voi non siete sotto la legge (Galati 5:18); Il frutto dello Spirito, invece, è amore, allegrezza, pace, longanimità, benignità, bontà, fedeltà, dolcezza, temperanza (Galati 5:22); contro tali cose non c'è legge (Galati 5:23) e altri?
Quella ai Galati é una lettera famosa per essere stata usata dalla Chiesa Luterana per motivare la persecuzione contro gli Ebrei; dopo quattrocento anni di utilizzo errato, versetti come questi hanno partorito la Soluzione Finale nazista: incendiate le loro sinagoghe, (...) che le loro case siano rase al suolo e distrutte, (...) che i loro libri di preghiere e gli scritti talmudici (...) siano loro tolti, (...) che ai loro rabbini sia proibito d'insegnare, pena la morte. Ho citato un sermone di Lutero del 1543, non un discorso di Hitler. Per capire veramente cosa c'é scritto nella lettera ai Galati teniamo innanzitutto presente che Paolo scriveva a quella comunità in modo apertamente polemico. Le congregazioni della Galazia attraversavano un momento difficile a causa di una fazione di ebrei messianici che tentava di imporre ai gentili convertiti l'osservanza della Legge e della tradizione come necessarie per la salvezza. Noi sappiamo che l'osservanza della Legge riguarda esclusivamente gli Ebrei, come stabilì definitivamente il Concilio di Gerusalemme successivamente alla lettera ai Galati (Atti 15). Apprendiamo inoltre da Galati 6:13 che questi ebrei giudaizzanti non agivano alla fine neppure in completa osservanza alla Legge. La Legge che D-o ha dato agli Ebrei non é legalista, é un insieme di norme pratiche utili ad edificare le basi della società civile. La Legge forma l'uomo, non lo abbatte, Yeshuà l'ha insegnato in modo chiaro: fate sempre agli altri quello vorreste fosse fatto a voi: in questo si può riassumere tutto l'insegnamento della Torah e dei profeti (Matitiahu, Matteo 7:12). Il rabbino Stern insegna che Paolo non avendo vocaboli greci adatti a rendere l'idea da esprimere, ha coniato il termine teologico (upò nòmon) non per indicare il concetto di essere sotto la Legge ma piuttosto per rendere il significato di essere sotto il giogo del sistema che risulta dallo snaturare la Torah pervertendola in legalismo; allo stesso modo il termine (èrga nòmou) - anche questo introdotto da Paolo - non va inteso riduttivamente come opere della Legge ma come osservanza legalistica della Torah. Vedi che anche in italiano non abbiamo una parola adatta: dobbiamo contrapporre Legge e legalismo, ma la radice é la stessa. Nella Tanakh la parola Legge é contraria alla parola legalismo. Luzzi e gli altri traduttori italiani rendono così Galati 4:21 Ditemi: Voi che volete esser sotto la legge, non ascoltate voi la legge? Ricordando il vero significato di (upò nòmon) ed anche di (èrga nòmou), guardiamo la traduzione che Stern fa dello stesso versetto: Ditemi, voi che volete essere in soggezione del sistema che risulta dal pervertire la Torah in legalismo, non date ascolto alla Legge? Sempre Stern, traduce così questi versetti: Galati 5:18: Ma se siete condotti dallo spirito, voi non siete sotto il sistema che risulta dal pervertire la Torah in legalismo; Galati 5:23: Niente nella Torah é contro tali cose; Galati 2:19: Perché é stato permettendo alla Torah di parlare da se stessa che io sono morto al suo tradizionale legalistico fraintendimento; Galati 3:10-11 Infatti tutti coloro che si fondano sulla osservanza legalistica sono sotto maledizione (...) Ora é evidente che nessuno é giustificato mediante il legalismo davanti a Dio. Ripeto: vedi che non solo Paolo si é trovato in difficoltà col greco dovendo coniare due nuovi termini, ma anche noi per farci capire dobbiamo usare in senso positivo la parola Legge (Torah) e in senso negativo il termine derivato legalismo, non essendoci un'altra parola italiana adatta a rendere adeguatamente il concetto. Guarda come Stern traduce Galati 3:23: Ora, prima che venisse la fede, noi eravamo imprigionati in soggezione del sistema che risulta dal pervertire la Torah in legalismo, in attesa della fede che doveva essere rivelata. Lo stesso metodo di traduzione va applicato a tutto il Nuovo Testamento, ricordando sempre che anche i libri della Bibbia scritti in greco hanno una impostazione dottrinale ebraica. La chiesa occidentale fatica a capire che l'ebraico é una lingua mobile, orientale, nella quale una stessa parola può acquistare significati diversi in base al contesto e alla posizione in cui é inserita nella frase. Notiamo bene che in 2Corinzi 3:6-13, passo che qualcuno potrebbe citare per obiettare, non viene mai nominata o messa in discussione la Legge, piuttosto viene fatto un paragone tra i il Patto Mosaico e il Patto Messianico. 
"Non c'è più Greco o Giudeo, circoncisione e incirconcisione?
La Scrittura insegna che: non c'è Greco e Giudeo, circoncisione e incirconcisione, barbaro, Scita, schiavo, libero, ma Cristo è ogni cosa e in tutti (Colossesi 3:11). Non c'è qui né Giudeo né Greco; non c'è né schiavo né libero; non c'è né maschio né femmina; poiché voi tutti siete uno in Cristo Gesù (Galati 3:28).
Questi due versetti si riferiscono all' Israele di D-o, una espressione particolare che Paolo usa in tono polemico verso i Galati ebrei giudaizzanti, facendo una chiara allusione alla Amidah, una delle più importanti preghiere del rito ebraico, che loro ben conoscevano; Israele di D-o si trova solo in Galati 6:16 e vuole indicare, esprimendo un concetto innovativo, il popolo formato da tutti quelli che - Ebrei o Gentili - hanno obbedito all'Eterno quando ha presentato al mondo il Messia. Anche il rabbino Stern spiega chiaramente che riguardo alle promesse sulla salvezza individuale non c'è né Ebreo né Gentile, nessuna distinzione tra di loro (Romani 10:12) e nessun muro di separazione e di inimicizia (Efesini 2:14-19). Questo però non significa che Israele non esista più come un popolo distinto formato sulla discendenza della famiglia di Avraham e i capitoli 9, 10 e 11 di Romani lo insegnano quanto mai chiaramente. Per capire, può essere fatto un paragone con questi versetti: 1Corinzi 6:9-10 Non sapete voi che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio? Non v'illudete; né i fornicatori, né gl'idolatri, né gli adulteri, né gli effeminati, né i sodomiti, né i ladri, né gli avari, né gli ubriachi, né gli oltraggiatori, né i rapaci erediteranno il regno di Dio. Romani 1:27 e similmente anche i maschi, lasciando l'uso naturale della donna, si sono infiammati nella loro libidine gli uni per gli altri, commettendo uomini con uomini cose turpi, e ricevendo in loro stessi la condegna mercede del proprio traviamento. Il fatto che spiritualmente non ci sia né maschio né femmina secondo Galati 3:28 non significa ad esempio che il matrimonio tra due persone dello stesso sesso possa diventare parte integrante del sistema sociale cristiano ed ebraico; significa piuttosto che riguardo alle promesse che concernono la salvezza individuale non c'è distinzione tra uomo e donna - pari ma non uguali - così come tra giudeo e greco. Israele é santo e i gentili che hanno ottenuto cittadinanza per mezzo della fede sono diventati a loro volta santi: Efesini 2:19 Voi dunque non siete più né forestieri né avventizî; ma siete concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio. Notiamo bene che la Torah non é legalista neanche nell'accoglienza degli stranieri e la cittadinanza concessa ai gentili all'interno del popolo di D-o non é affatto una novità messianica; guarda come era semplice per uno straniero entrare a fare parte della comunità dei Santi (Israele) diventando come un nativo del Paese: E quando uno straniero soggiornerà teco e vorrà far la Pasqua in onore dell'Eterno, siano circoncisi prima tutti i maschi della sua famiglia; e poi s'accosti pure per farla, e sia come un nativo del paese (...) Siavi un'unica legge per il nativo del paese e per lo straniero che soggiorna tra voi (Sh'mot, Esodo 12:48-49).
Ebrei e gentili, osservanza della Legge e Atti degli Apostoli cap. 15. Il vangelo da annunziare é uno solo o ci sono "più vangeli?
Il vangelo da annunziare é senz'altro unico, come attestano diversi passi del Nuovo Testamento. All'interno dell'unico vangelo, so dove vuoi arrivare con la tua domanda, ci sono due messaggi distinti, uno rivolto agli Ebrei e uno ai Gentili. Oggi come allora c'é chi non capisce questo concetto: Paolo sceglie prudentemente di spiegare in privato agli anziani responsabili della chiesa di Gerusalemme, formata da ebrei, l'Evangelo particolare che annuncia tra i gentili; lo spiega in privato ai più preparati, in modo che le differenze con l'evangelo rivolto agli ebrei non fossero di scandalo ad altri meno pronti ad ascoltarle: E vi salii in seguito ad una rivelazione, ed esposi loro l'Evangelo che io predico fra i Gentili, ma lo esposi privatamente ai più ragguardevoli, onde io non corressi o non avessi corso invano (Galati 2:2). Preghiamo l'Onnipotente di poter rimanere sempre nel novero di coloro che sono pronti a recepire le cose nuove che D-o opera, senza inorgoglirci delle nostre dottrine, del nostro pieno vangelo, o scopriremo troppo tardi di averne sempre avuto solo metà... Molti dal cuore sincero hanno capito questo dopo avere fatto il loro primo viaggio in Israele, toccando con mano la concretezza del miracolo del popolo santo che sta tornando passo dopo passo alle proprie leggi nella propria terra per l'adempimento delle antiche profezie: Io vi trarrò di fra le nazioni, vi radunerò da tutti i paesi, e vi ricondurrò nel vostro paese; v'aspergerò d'acqua pura, e sarete puri; io vi purificherò di tutte le vostre impurità e di tutti i vostri idoli. E vi darò un cuor nuovo, e metterò dentro di voi uno spirito nuovo; torrò dalla vostra carne il cuore di pietra, e vi darò un cuore di carne. Metterò dentro di voi il mio spirito, e farò sì che camminerete secondo le mie leggi, e osserverete e metterete in pratica le mie prescrizioni... (Ezechiele 36:24, 26-38). Il giorno del Messia è vicino: prepariamoci.
Luca Rajna ha intervistato Carlo Caruso